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Natural Moving Minds

Tre ospiti di eccezione hanno incontrato gli studenti del Liceo Scientifico Sportivo e dell’Istituto Alberghiero: Riccardo Finelli, Dino Lanzaretti ed Alex Tucci. Tre personalità differenti, tre attitudini speciali che hanno regalato la loro esperienza di vita, tanti stimoli ed emozioni.

Avreste mai pensato che camminare potesse essere un gesto rivoluzionario? Riccardo Finelli, giornalista, scrittore e viaggiatore, è convinto di sì: camminare è concepito dalla società come un semplice spostamento per raggiungere un luogo. Camminare, però, per il piacere di farlo, senza un fine se non il cammino stesso, questo sì che spiazza perché non è un atto “categorizzabile", proprio come quando - racconta Finelli - si è presentato lungo la via Francigena come un “camminatore” e non come un pellegrino, confondendo chi lo incontrava. Camminare è un atto democratico, non è un gesto anarchico o la rivendicazione di chissà quale ideale se non quello della fatica, che fa bene all’animo. Perché camminare, dunque? Il cammino aiuta a recuperare precise funzionalità, nel senso più stretto del termine: camminare per “rivendicare” il fatto di esserci, riscoprire che la corporalità sia ancora utile e non solo un fatto estetico, praticare un’attività che non ci renda solo gradevoli nell’aspetto, ma in grado di fare qualcosa, non solo di guardarci soddisfatti allo specchio. Cosa si impara camminando? Finelli ha interiorizzato tre grandi esperienze: in primis la differenza tra utile ed indispensabile, una contrapposizione di cui far tesoro nella complessità della vita quotidiana; c’è poi il valore del “respiro”, quella “zona franca” che si crea con un compagno di viaggio occasionale quando si infrange “la barriera del respiro”, quando si è così vicini da sentire il ritmo del respiro di un altro: è lì che nasce quell’empatia unica e assoluta per cui si genera un “affratellamento pedestre” che rende il compagno di cammino un confidente speciale; trascorso quell’attimo magico, però, tutto sparisce, confinato nella specialità di quegli istanti, irripetibili nei contesti di vita “reale” o sui social network. La terza conquista del camminare è la consapevolezza di quanto la fatica faccia bene e sia di ispirazione: Finelli infatti racconta di aver scritto i suoi libri sempre durante il cammino, grazie ai supporti tecnologi la cui utilità - se ben calibrata - può essere rivendicata con convinzione nella pratica del viaggiatore…sì, perché chi cammina, viaggia, saper camminare apre necessariamente  alla dimensione della scoperta e dell’osservazione attenta, ecco perché “non c’è viaggio che non sia lento”, risponde Finelli a chi gli chiede quanto la lentezza sia importante.

I social network e la tecnologia spezzano l’incantesimo? No, se usati con accortezza: Finelli ne sostiene l’importanza perché senza, non solo non avrebbe scritto in suoi libri ma non avrebbe nemmeno saputo orientarsi nel “cammino dell’acqua”, seguendo solo i corsi fluviali invece dei percorsi canonici; la tecnologa a volte è un “contenente senza contenuto”, per cui sta a noi farne l’uso più appropriato. Quanto coraggio e quanta paura possiamo provare durante le esperienze di cammino? Camminare mette spesso a nudo fragilità e timori, come quando - lungo il cammino di Santiago, nel tratto delle Mesetas - Finelli è rimasto solo per diverse ore ad affrontare un tratto difficile e rischioso.

Quanto conta il bagaglio? Metaforicamente e non, il bagaglio è tutto e quando riversiamo sul divano tutti gli oggetti da selezionare perché crediamo ci siano indispensabili - e non utili, attenzione - allora in qualche modo è come se trasferissimo quella che è l’organizzazione di un semplice zaino, in un’esperienza praticabile nella vita di tutti in giorni.

Chi di certo del bagaglio ha dovuto fare una questione di vita o di morte, è Dino Lanzaretti, “cicloviaggiatore estremo” che ha affrontato l’inospitale Siberia in sella alla sua bici. Viene spontaneo chiedersi il perché di una scelta così ardua ma una riposta non c’è: Lanzaretti ha iniziato ad andare in bici per necessità o per caso, per

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spostarsi e basta; la bici però ha dato sfogo alla sua curiosità di viaggiatore, ed ecco che quell’empatia tra corpo e mente che si crea pedalando, lo ha portato a tentare esperienze nuove e difficili. Come affrontare uno sforzo fisico così poderoso, quando si mette a dura prova la propria resistenza? Oltre ad un prepotente spirito di sopravvivenza, sono necessari studio e preparazione: Lanzaretti ha studiato le implicazioni fisiche e biologiche e soprattutto ha approfondito ogni dettaglio del luogo, arrivando forse a conoscerlo meglio dei - pochi - abitanti stessi, nonostante qualche imprevisto tutto da scoprire come la barba congelata che ha impedito di mangiare e bere (ha perso ben 13 kg) o il cibo surgelato da conservare negli stivali per scaldarlo. Lanzaretti ha scoperto però un’umanità incredibile, pronta al sostegno reciproco, che lo ha aiutato nutrendolo occasionalmente con caloriche tipicità locali come il midollo di renna.

Come cambia la relazione con le persone dopo un’avventura così? Viaggiare apre la mente, “così cadono i dogmi per cui devi giudicare con la tua testa, senza filtri, perché sei parte di un tutto”: la chiave è l’empatia, l’unico modo per scoprire l’altro e sentirlo davvero; proprio come in Iran, ad esempio, dove ,racconta Lanzaretti, c’è una sorta di gara di ospitalità allo sconosciuto, per la sete di conoscenza dell’altro, del diverso da sé; oppure nella stessa Siberia dove può accedere di vedersi caricare via la bici perché invitato a condividere un pasto, senza nemmeno bisogno di chiedere o ottenere risposta: si aiuta chi ha meno, chi è in difficoltà e, “più è difficile la vita, più l’umanità dà il meglio di sé". 

Cosa vuol dire allora “tornare a casa” dopo tutto questo? Il viaggio è solo una scusa per pensare a quanto sia bello ciò che si ha; il ritorno fa parte del viaggio perché si torna diversi ed è così che il viaggio, il tuo viaggio personale, continua. E se si ha paura? Poco male, la paura è, fondamentale, è bene averla, la paura è ciò che fa tornare a casa e, come consiglia Lanzaretti, “se non hai paura, non partire”.

Avrà avuto paura invece Alex Tucci quando, nelle sue sessanta ore di corsa ininterrotta ha cominciato ad avere delle pericolose allucinazioni durante il Cammino di S. Tommaso? Lucidamente ha affrontato il momento con due brevi riposi ed è ripartito per l’impresa, da atleta consapevole.

Ultramaratoneta e “cacciatore di emozioni”, Tucci ha chiuso l’incontro con gli studenti non a caso: dal cammino, alla bici, fino alla corsa, ecco che il quadro è completo, in un crescendo di esperienze fisiche e dell’anima.

A volte le passioni nascono per caso, o per affrontare un momento particolare della vita: Tucci inizia a correre per perdere il peso accumulato dopo aver smesso di giocare a calcio; dopo aver partecipato ad una gara, è scattata la passione che lo ha portato a vincere e a tentare imprese notevoli perché “dai brutti momenti si trova la forza di reagire e si trovano nuovi obiettivi”, ha raccontato. Così sono nati alcuni suoi progetti originali come “Mare Amaro”, nato dalla voglia di promuovere l’Abruzzo, tra mare e montagna: Tucci ha infatti corso da Fossacesia al monte Amaro e viceversa in un unico giorno. Mai sottovalutare dunque le proprie potenzialità ma porsi degli obiettivi e lavorare per perseguirli, senza paragonare mai la propria vita a quella degli altri ma lavorare per il risultato.

Cosa consiglia Tucci per prepararsi fisicamente e mentalmente ad un’impresa? Vanno curati e considerati tre aspetti: preparazione fisica adeguata, giusta alimentazione e forza della mente; ma una cosa di certo vale quanto tutte, la motivazione: è la “benzina” per far tutto e, nei momenti di crisi, è lei a restituire la spinta giusta.

A chi gli chiede cosa si provi una volta raggiunto l’obiettivo, risponde che la vera soddisfazione c’è se ci si è goduti “il mentre”: la corsa è come un viaggio, più che una sfida, ed è così che, durante il Cammino di S. Tommaso ha potuto ascoltare suoni diversi, dialetti e lingue differenti, che all’arrivo gli hanno richiamato alla memoria tutto il percorso, dando così ancora più valore al traguardo.

Correndo di notte, Tucci ha raccontato di aver avuto più volte paura nel trovarsi da solo, nonostante il fascino del bosco notturno: un compagno di viaggio infatti rende tutto più sopportabile, ed ecco l’importanza della componente umana nella corsa, che non è solo competizione perché correndo “senti di fare ciò che ti piace”.

Che sapore ha allora la fatica? Quando si capisce di doversi fermare? Forse - ci lascia intendere Tucci alla fine dell’incontro con gli studenti - la vera fatica risiede proprio lì, nella forza di riconoscere quando sia necessario fermarsi.

Prof.ssa Francesca De Sanctis

 

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